Uno sguardo veloce alla affascinante Bulgaria

In un episodio precedente di Ferroviaggi, abbiamo parlato del nostro cammino attraverso la Macedonia che ci ha permesso di arrivare a Delčevo alla frontiera che porta a Blagoevgrad, in Bulgaria (Macedonia: un viaggio attraverso la perla dei Balcani tra vecchi treni e una nazione che non ti aspetti).
Siamo ansiosi di entrare in questo paese che decidiamo di visitare ovviamente per le sue ferrovie, piuttosto antiquate ma anche per conoscerne usi e costumi. Sappiamo che lambiremo solo la Bulgaria, senza addentrarci nell’entroterra, ma siamo certi che sarà comunque una esperienza non priva di fascino.

Leggi tutto...

Macedonia: un viaggio attraverso la perla dei Balcani tra vecchi treni e una nazione che non ti aspetti

La Repubblica di Macedonia è uno stato molto più interessante da visitare di quanto si potrebbe pensare. Da anni impegnata in una crescita economica e sociale, pur tra mille difficoltà, è conosciuta anche come FYROM - Former Yugoslav Republic of Macedonia per via della disputa del nome con la Grecia.
Quest’ultima, infatti, ritiene che il nome Macedonia debba essere attribuito unicamente all'omonima propria provincia settentrionale. Non si tratta in realtà del maggiore screzio tra le due nazioni, visto che l’altro contempla addirittura la figura di Alessandro Magno. I macedoni, infatti, considerano il condottiero uno dei simboli e dei miti fondanti della loro identità nazionale. Essendo un piccolo Stato la cui storia a partire dal IX secolo è stata strettamente legata a quella dei vicini bulgari e serbi, è per loro naturale ritornare ai momenti gloriosi in cui un re proveniente dalla Macedonia conquistò il mondo allora conosciuto. D’altra parte i Greci non hanno alcun dubbio sul fatto che Alessandro Magno fosse greco e che tutta la Macedonia dovrebbe ritornare sotto al dominio greco.

Un caos che non prevede esclusione di colpi, con la Macedonia che mostra il Sole di Verghina un po’ in tutto il paese nonostante sia stato dichiarato un simbolo greco e sia anche stata costretta a rimuoverlo dalla propria bandiera.

Il nostro percorso ha inizio dall’Albania di cui abbiamo parlato in un altro episodio di Ferroviaggi e quindi dalla frontiera di Kjafasan, affacciata sul bellissimo Lago di Ocrida. Questo meraviglioso specchio d’acqua prende il nome dalla cittadina che più di tutte splende sulle sue rive, Ocrida appunto.
Per raggiungerla si costeggia il medesimo bacino con una strada panoramica molto appariscente fin quando non si arriva nella città caratterizzata da un dedalo di vie spesso molto strette dove alle pompose macchine dei turisti si alternano le spesso vecchissime Lada dei locali.

Ocrida è senza dubbio una città molto caratteristica, costruita su piani differenti, con case fin troppo curate, per essere in Macedonia, con tetti rosso scarlatto che ben si stagliano sul panorama circostante.
Se questa è la parte della città più antica, quella diametralmente opposta è quella più moderna che somiglia invece molto alle città occidentali con palazzi più alti e meno caratteristici.
La zona sorta a ridosso del lago è molto turistica ed è densamente popolata di locali e ristoranti di massa con i simpatici avventori che usano con tutti gli stranieri lo stesso stratagemma, imparando a memoria gli stereotipi nazionali e scherzandoci sopra in un miscuglio di lingue differenti.

Su Ocrida, inclusa dal 1979 dall'UNESCO nella lista dei Patrimoni dell'umanità, è nota una leggenda, supportata anche dalle narrazioni di un viaggiatore ottomano del XV secolo, Evliya Çelebi, che sostiene l'antica presenza all'interno dei confini della città di 365 cappelle, una per ciascun giorno dell'anno. La città moderna, in realtà, presenta un numero significativamente minore di edifici religiosi anche se, durante il Medioevo, essa era nota come la "Gerusalemme slava".

Tra questi edifici merita una visita la splendida Chiesa di San Giovanni Caneo, caratterizzata da una posizione a strapiombo sul lago e risalente al 13 secolo.

La sua dislocazione la rende ideale per una rilassante escursione, grazie anche alla presenza di un piccolo porto di pesca appena sotto la chiesa nel quale è altresì possibile nuotare.
C'è anche una roccia che si protende nel lago e offre una splendida vista sulla città di Ocrida che è distante venti minuti a piedi.

Lasciando questa incantevole località si scende verso il confine con l’Albania fino a giungere al Monastero di San Naum, un luogo di pace assoluta.
Qui si trovano le spoglie del Santo e da secoli molti fedeli di diverse religioni vengono in visita per rendere omaggio alla reliquia conservata in una cappella situata nel lato sud della chiesa. Secondo alcune credenze, provando a posare un orecchio sulla tomba si sarà in grado, concentrandosi, di sentire un rumore ritmico che per i credenti altro non può essere che il battito del cuore del religioso.
Non siamo certi che questo sia vero, quel che possiamo dirvi con sicurezza è che questo incantevole luogo è popolato di splendidi pavoni che contribuiscono a renderlo suggestivo, oltre che mistico.

 

Risalendo verso nord est volgiamo verso la Bulgaria attraverso il Parco Nazionale Galicica, lungo la via che porta al Lago di Prespa. Dall’alto della strada di montagna si può godere di un panorama mozzafiato in una natura pressoché incontaminata, il tutto immerso in un'atmosfera tranquilla e rilassata.

Il lento risalire verso Skopje passa per le montagne prima, per raggiungere Bitola e per le campagne poi, per arrivare a Prilep.
Caratterizzata da un centro storico molto vivo che a vedere la periferia non ti aspetti, abbiamo qui il primo incontro con le ferrovie macedoni. Si tratta di un abboccamento molto blando, visto che in questa nazione i treni non sono esattamente il mezzo di trasporto più utilizzato.

Salvo qualche eccezione degli ultimi anni, i pochi mezzi esistenti sono vecchi e piuttosto malandati, cosa che peraltro noi apprezziamo enormemente. Il parco rotabili consta infatti di meno di 30 locomotive tra elettriche e Diesel a cui si vanno ad aggiungere poco più di 10 automotrici.
Come sempre, però, la quantità non fa la qualità e i pochi treni presenti sono talmente insoliti che la loro bellezza ripaga il ridotto numero. Anche i convogli più “prestigiosi” sono composti da una locomotiva e pochissime carrozze, alle volte anche una o due e spesso viene utilizzato quel che si ha a disposizione, col risultato che i treni regionali vengono effettuati anche con carrozze a cuccette adattate in posizione giorno. Del resto l’intera Macedonia annovera tre linee principali con due corte diramazioni e lo stato dei binari non permette velocità superiori ai 140 km/h.

Lasciata Prilep volgiamo verso Veles, altra cittadina di 55.000 anime che però ha una stazione piuttosto grande. Da essa si dipanano due delle tre linee appena citate, la “magistrale” che da Skopje raggiunge la Grecia e una che volge ad est verso Kočani che altro poi non è se non il proseguimento di quella incrociata a Prilep.
La cosa curiosa di entrambe le linee è che la velocità commerciale è talmente bassa che si riesce, in auto, a superare il treno più volte e anzi spesso lo si deve anche attendere dopo averlo oltrepassato. Se sulla “magistrale” più moderna ed elettrificata ancora si cerca di mantenere un rispetto delle composizioni, sull'altra, Diesel, gli schemi sono senza dubbio più elastici e ci arriva la conferma di quanto detto finora quando vediamo il regionale che ci sfila davanti avere in composizione una carrozza cuccette!
D'altronde tutto il contesto che ruota intorno alla ferrovia non è meno generoso nell’offrire note di colore, dai ferrovieri che beatamente riposano sulla panchina posta davanti al cartello bilingue della stazione di Veles al casellante di Lozovo che chiude la sbarra manualmente quando il treno, bontà sua, è a pochissimi metri di distanza.

Lasciata Veles e proseguendo verso nord giungiamo quindi nella capitale, Skopje, che però, se dobbiamo essere onesti, non ci ha fatto una grandissima impressione.

Forse siamo stati sfortunati noi, essendo capitati anche in un periodo di grosso fermento politico e sociale ma abbiamo trovato una città molto caotica e disordinata, multietnica ma non particolarmente appariscente nelle sue numerose contraddizioni. Sicuramente da vedere, più per curiosità che per altro, sono le troppe statue giganti che troneggiano in ogni punto del centro storico. Si tratta del risultato del progetto di riqualificazione promosso dalla Repubblica di Macedonia e denominato “Skopje 2014”.

Iniziato nel 2010 con l’intento di rafforzare l’identità nazionale e di ricostruire molti edifici andati distrutti in seguito al terremoto del 1963 attirando investimenti stranieri e turisti, il mastodontico progetto architettonico ha visto lo stanziamento di circa 500 milioni di euro e ha completamente stravolto l’antica forma urbana della città.
Il nazionalismo celebra se stesso tramite enormi statue di bronzo o di marmo che raffigurano eroi di un presunto glorioso passato che nulla ha invece a che vedere con la reale storia della Macedonia, il cui trascorso socialista e ottomano viene negato o comunque “dimenticato”.
Con il completamento dell’opera, lo stacco tra l’antica città confinata nell’originario quartiere musulmano e quella nuova caratterizzata da imponenti edifici in stile neoclassico, è fin troppo evidente, cosa che lascia i turisti esterrefatti e gran parte della popolazione locale scontenta. In Macedonia, infatti, la disoccupazione si aggira intorno al 30% e gli investimenti avrebbero potuto essere dirottati sul tema del lavoro contribuendo a migliorare lo stile di vita in uno dei paesi più poveri d’Europa.

Oltre alle statue, merita una visita l’antico mercato. Se di giorno è un enorme bazar a cielo aperto dai mille colori e dagli altrettanti odori e sapori, di notte, quando i negozi chiudono esso diventa un ambiente multiculturale con locali pieni di musica dove si passa con facilità dalla birra artigianale al caffè turco al kebab.

Non vi suggeriamo infine il Mausoleo a Madre Teresa di Calcutta, una costruzione terribilmente kitsch palesemente eretta solo per appropriarsi di un premio Nobel che poco interessava quando era in vita, piuttosto di dirottare la vostra attenzione verso il quartiere di Čair che costituisce la città vecchia di Skopje. Qui si può vedere con maggiore profondità la città “autentica” con la sua influenza turca, le sue bancarelle della frutta improvvisate ma anche con i suoi palazzoni socialisti con i blocchi numerati. 
Čair in realtà non è una municipalità particolarmente amata dal resto della popolazione della città tanto è vero che è facilissimo trovare scritta sui muri la frase "Čair is not Macedonia" in un inglese basico facilmente comprensibile anche ai turisti.

 

Poco prima di tornare verso sud per raggiungere la Bulgaria, la nostra permanenza a Skopje è turbata da un grave attentato a pochi chilometri dal nostro albergo, a Kumanovo.
In questa cittadina a maggioranza musulmana, l’atto terroristico è stato messo in pratica da formazioni armate di origine albanese, gruppi che hanno preannunciato una "guerra" per la creazione della "Repubblica di Iliria".
Dopo circa 30 ore di scontri si sono contati 22 morti e 37 feriti, la maggior parte tra quello che è stato definito come uno dei gruppi terroristici più pericolosi nei Balcani.
Un segno tangibile che in quelle zone la situazione geopolitica è ben lungi dall’essere chiara e definita.

Scampato in qualche modo il pericolo, è tempo per noi di volgere verso la Bulgaria, viaggio del quale vi daremo conto in un altro episodio di Ferroviaggi.
La Macedonia ci lascia l’idea di una nazione con un interessante potenziale che speriamo di approfondire tornando, sia da un punto di vista storico e culturale che naturalistico che ha però bisogno di pace e stabilità per prosperare. Non giovano al paese le continue problematiche interne tra diverse etnie e senza dubbio nemmeno le assurde dispute con gli altri paesi come quella con la Grecia per via del nome.
La speranza è che il futuro possa avvicinare concretamente i diversi punti di vista e con essi la nazione all’Europa.

Un giorno a Füssen tra BR 218 e i cartoni animati della Disney

Con la nostra rubrica Ferroviaggi vi portiamo oggi in un posto davvero molto particolare e non troppo lontano dall’Italia, Füssen.

Situata al confine tra Austria e Germania, questa splendida cittadina è capolinea di testa di una diramazione della Ferrovia dell’Algovia che da Monaco di Baviera giunge a Lindau. La tratta ferroviaria a singolo binario non elettrificato si stacca nella stazione di Biessenhofen e dopo aver superato l’importante centro di Marktoberdorf, prosegue la sua corsa verso sud tra meravigliose colline e paesaggi mozzafiato.

Lunga poco più di 37 chilometri, la linea vede il susseguirsi delle stazioni di Leuterschach, Lengenwang, Seeg e Weizern-Hopferau che anticipa il capolinea posto appunto a Füssen.

Questa simpatica linea è nota tra gli appassionati di treni perché al momento in cui scriviamo è ancora percorsa dalle meravigliose BR 218, locomotive degli anni ’70 che sono tuttavia in via di sostituzione con le BR 245, di recente costruzione Bombardier. Entrambe sono in composizione con carrozze a doppio piano ovviamente con materiali reversibili.

Lungo la tratta si possono trovare anche i Desiro del gruppo 642 che sebbene risultino meno interessanti sono pur sempre delle automotrici dei primi anni 2000.

La stazione di Füssen è di testa e composta da 3 soli binari dei quali solo 2 serviti da marciapiede e certamente non ha nulla che oggi la renda particolarmente caratteristica. La stessa cosa, tuttavia, non si può dire del paese che serve che è letteralmente una piccola perla tra i monti.

Cittadina più alta di tutta la Baviera, con 808 metri sul livello del mare, è l'ultima tappa della Romantische Strasse, la Strada Romantica che parte dal Meno e in 366 km attraversa la Franconia occidentale fino alla Svevia, passando in Alta Baviera ed arrivando appunto presso le Alpi tedesche.

Il centro storico della cittadina è composto da un dedalo di vie che si staccano dalla Reichenstraße. Al suo interno si alternano negozi tipici a palazzi con le facciate molto rifinite che lasciano spesso spazio a piccoli anfratti molto caratteristici che di notte mostrano tutto il loro aspetto migliore.

La cittadina è dominata poi da due castelli, quello di Hohenschwangau e quello di Neuschwanstein. Il castello di Hohenshwangau, letteralmente castello di "Contea del Cigno alta”, era una fortezza medievale, già nominata nel XII secolo che con il passare degli anni cambiò più volte proprietario fino all'abbandono ed alla rovina.
Nel 1829 Massimiliano II, padre di Ludovico II lo riscoprì, ne acquistò la proprietà e lo fece restaurare. Grazie a lui, il maniero fu trasformato in un palazzo divenendo un luogo oggi molto frequentato da turisti.

Per quanto bellissimo, questo castello ha però una grande “sfortuna”, quella di essere situato nei pressi di quello di Neuschwanstein, letteralmente “Nuova pietra del Cigno”. Commissionato dal re Ludovico II di Baviera come ritiro personale ed omaggio al genio del musicista Richard Wagner da lui particolarmente amato, Ludovico pagò per la costruzione del palazzo coi propri fondi senza accedere al tesoro di Stato.
Il re amava rimanere isolato dal mondo e questo luogo era divenuto per lui un rifugio personale, ma dopo la sua morte nel 1886 esso fu aperto subito al pubblico, desideroso di visitare quello che veniva decantato come un progetto fantasioso.

A ragione, deve essere annoverato fra i castelli e le fortezze più visitati in Europa con la bellezza di circa 1,4 milioni di visitatori all'anno, di cui 6.000 al giorno solo in estate. È aperto al pubblico dal 1886 e da allora è stato visitato da 60 milioni di persone ed è stato proposto per le sette meraviglie del mondo moderno.

Nel 2013 ne è stato completato il restauro dopo 13 anni dall'inizio dei lavori e deve parte della sua fama anche alla Disney, che lo prese a modello per alcuni tra i suoi più celebri film d'animazione, tra cui Cenerentola e La bella addormentata nel bosco.

Bellissimo tanto in estate quanto in inverno, il castello è raggiungibile solo con i mezzi pubblici o a piedi dopo una camminata in salita di circa mezz’ora. L’ingresso è contingentato e a pagamento e spesso sono necessarie ore di fila per acquistare i biglietti. Senza di essi si può accedere solo fino all’entrata anche se già da lì si può godere di un paesaggio meraviglioso che annovera tra l’altro anche il Forggensee, un lago artificiale costruito per evitare le inondazioni da parte del fiume Lech.

Come abbiamo visto, una gita a Füssen permette di unire le foto ai treni alle visite a meravigliose opere dell’ingegno umano e della natura ma se questo non vi bastasse vi diamo un altro motivo per raggiungere queste affascinanti località.

Tra Füssen e la vicina Pfronten fu girata una buona parte del mitico film "La grande fuga" con Steve McQueen e con un po’ di fortuna si possono quindi ripercorrere le vie della celebre scena in motocicletta.

Una visita al Museo dei Trasporti di Dresda

Se vi trovate a passare per Dresda, dovete assolutamente reperire il tempo per visitare il Museo dei Trasporti nel centro della città.

Fondato nel 1952, esso vede nel 1958 l’inaugurazione della prima mostra ferroviaria permanente seguita nel 1962, in occasione del decimo anniversario della nascita, da quella delle automobili. Questa viene dislocata nell'atrio cosa che comporta lo spostamento dell'area espositiva ferroviaria nell'ala orientale dell'edificio. Tra il 1970 ed il 1972 è la volta dell’apertura della mostra del traffico aereo cui seguono altre inaugurazioni di spazi espositivi dedicati ad altri mezzi di trasporto.

Leggi tutto...

Albania: dove il tempo si è fermato e le ferrovie cadono a pezzi

In questa puntata di Ferroviaggi vi portiamo in un paese vicinissimo all’Italia eppure molto poco conosciuto, l’Albania. Vediamo di essere subito chiari, si tratta di un paese piuttosto povero, sia da un punto di vista economico che di attrazioni turistiche, eppure non mancano gli spunti interessanti sui quali soffermarsi che permettono anche di stravolgere qualche pregiudizio.

Parlare di treni in Albania è già parlare di turismo, visto che la ferrovia in questa nazione è quasi una attrazione. Già perché, la rete ferroviaria albanese è probabilmente quella più disastrata dell’intera Europa e in alcune circostanze sembra che si regga per puro miracolo. Le linee ferroviarie rimaste attive sono pochissime e la mancanza di gasolio (non ci sono linee elettrificate) spesso impedisce un regolare svolgimento delle attività, col risultato che i treni viaggiano più o meno a caso.
Quando siamo andati noi erano attive ancora diverse relazioni, sia passeggeri che merci, poco dopo del tutto azzerate e poi riprese con enormi problematiche che rendono ancora oggi il treno un mezzo tanto affascinante, anacronistico e caratteristico quanto sostanzialmente inutilizzato.
La rete ferroviaria albanese è talmente ridotta in condizioni precarie che i convogli spesso viaggiano a velocità che non superano i 45 km/h ed in alcuni casi non è azzardato dire che camminino a passo d’uomo. Tanto il materiale motore quanto quello rimorchiato sono gentili “omaggi” di altre nazioni, Italia inclusa e ovviamente si tratta di avanzi che non troverebbero posto su nessuna altra ferrovia che osasse definirsi tale.

Come abbiamo detto, le velocità dei treni albanesi non sono proprio iperboliche, quindi è tutt’altro che impossibile vedere viaggiatori che si fanno il percorso affacciati alle porte prendendo il fresco mentre guardano il paesaggio. Ma se pensate che le stranezze siano finite qui vi sbagliate di grosso.
Per prima cosa i convogli non hanno l’erogazione né di corrente né di aria, per cui non solo non c’è alcuna luce accesa durante il viaggio ma si soffre abbondantemente il caldo in estate e il freddo in inverno dove peraltro le giornate corte spesso offrono insoliti viaggi totalmente al buio.
Come se questo non bastasse, uno dei giochi preferiti dei bambini albanesi è prendere a sassate i treni e quindi è all’ordine del giorno vedere carrozze coi finestrini sfondati girare tranquillamente in servizio regolare senza che nessuno si scandalizzi più di tanto.

Del resto le assurdità non finiscono qui. In Albania viste le condizioni del sistema ferroviario, non ci sono i segnali per cui i treni viaggiano quasi a spola con delle coincidenze da rispettare.
Le stazioni, spesso ridotte a dei ruderi, sono presenziate da ferrovieri che solitamente oltre a vendere i biglietti hanno banchetti in cui commerciano davvero qualsiasi cosa, dai semi di girasole alla frutta, il tutto ovviamente senza alcuna divisa o uniforme.

Inutile dire che tutto è lasciato meravigliosamente al caso, quindi lungo i binari non c’è niente di più facile che incontrare qualche asino attaccato ad un palo o pulcini che beccano indisturbati il terreno e che si spostano solo quando il treno è a pochi passi per poi tornare come niente fosse esattamente dove erano prima.

Solo i treni merci sono incredibilmente presi in considerazione, non tanto per il materiale rotabile che se possibile è anche più disastrato di quello passeggeri, quanto per il fatto che sono presidiati da poliziotti armati, probabilmente per impedire furti.

Come avrete capito, se si va in Albania è quasi obbligatorio fare un viaggio in treno, per calarsi in una realtà che ricorda molto la nostra degli anni del dopoguerra, quando ci si spostava su qualsiasi cosa fosse disponibile senza badare nella maniera più assoluta a rischi, comfort e amenità simili.

Andando oltre i treni ci teniamo subito di sfatare un mito. L’Albania, è una nazione esattamente come tutte le altre, con la medesima criminalità e con la medesima percentuale di persone gentilissime e disponibilissime e se avete idea di trovarvi in una specie di Bronx in salsa europea siete decisamente fuori strada. Abbiamo visitato Tirana, Durazzo, Elbasan e mille paesi nell’entroterra, incontrato persone più povere e persone meno povere ma non abbiamo avuto un problema che uno. Abbiamo, anzi, ricevuto tanta gentilezza e tanta disponibilità.

Tralasciando per la fine del racconto le cose più classiche da vedere in Albania, vi diciamo subito cosa ci ha colpito. Per prima cosa ovunque andrete troverete senza ombra di dubbio qualche bunker sulla vostra strada. Il dittatore comunista Enver Hoxha, che ha governato il paese dal 1944 al 1985, temendo che le potenze straniere lo avrebbero presto invaso ne fece costruire 750 mila in tutto il paese, uno ogni 4 cittadini.
Arrivando in Albania si possono vedere letteralmente ovunque: nei campi, sulle spiagge e nelle strade. Molti sono stati ristrutturati e riconvertiti, alcuni sono diventati dei locali, altri case in affitto molto stravaganti, altri ancora rifugi per animali.

La seconda cosa che ci ha colpito è invece la gran quantità di autolavaggi presenti. Probabilmente in Albania ci sono più autolavaggi che auto.
Se credete che intendiamo necessariamente qualcosa di simile agli impianti che abbiamo nelle nostre città siete lontani. In Albania per fare un autolavaggio basta un tubo, due paia di braccia e la mitica scritta Lavazh che alla fine anche voi finirete per amare.
Il motivo di questi autolavaggi è presto detto. In questa nazione la polvere è ovunque, per le strade, nelle città, dappertutto e le macchine si sporcano con enorme facilità. Va detto che molti di questi autolavaggi sono ovviamente illegali e consumano un bene prezioso per il paese come l’acqua anche perché spesso per richiamare l’attenzione dei clienti i tubi vengono lasciati liberamente aperti a spruzzare.

Oltre a questo un’altra cosa ci ha lasciato stupiti e ha azzerato l’ennesimo pregiudizio, la qualità del cibo. Abbiamo girato tanti posti nei nostri Ferroviaggi ma raramente abbiamo mangiato così bene come in Albania. La spiegazione è presto detta. Qui gli animali vivono ancora allo stato brado e si ha una coltivazione talmente semplice che non vengono usati pesticidi e quindi tutto, dalla carne alle verdure, ha un sapore che da noi è difficile ritrovare.

Per un complimento che facciamo non possiamo però esimerci da qualche critica. Non possiamo infatti dire che l’Albania sia la patria del buon gusto… Nelle città principali come Tirana e Durazzo regna il caos, il traffico è spesso folle e senza senso e i vessilli nazionali con l’aquila bicipite sono esposti ovunque, alle volte anche in maniera un po’ kitsch.

E del resto molto sobria non è nemmeno la polemica con la Macedonia su Madre Teresa che entrambi i paesi reclamano come loro cittadina.
Nata a Skopje, attuale Macedonia, era però di origini albanesi e quindi dopo la morte è rimasta contesa tra due stati che quando era in vita non sembravano altrettanto interessati alla sua figura. Ne è nata una ridda a suon di bassi e ridicoli colpi, come la decisione da parte dell’Albania di intitolarle l’Aeroporto di Tirana e della Macedonia un Mausoleo mentre tutti e due i paesi assieme al Kosovo ne hanno esaltato le gesta con un francobollo, ognuno cercando di tirarla in qualche modo per la giacchetta. Il tutto rendendo palese il fatto si tratti solo di gesti messi in atto per accaparrarsi agli occhi del mondo un Premio Nobel e una beata in Vaticano, per scopi politici, economici ma anche religiosi.

Come abbiamo detto a inizio viaggio, partire per l’Albania non è tanto fare una vacanza, quanto fare un viaggio, per vedere una realtà vicinissima a noi eppure molto distante. Del resto non si va certo per vedere gli enormi palazzoni di Tirana, né per i piccoli e spesso sconclusionati paesi che si alternano tra le grandi città, anche se saremmo ingenerosi a non parlare di alcuni monumenti o località che meritano una visita.

A Tirana c’è da vedere ovviamente piazza Scanderbeg, dedicata al patriota albanese che difese l'Albania e i suoi valori morali e religiosi cristiani dall'invasione turca. Su di essa si affaccia il meglio della città: la torre dell'Orologio, affiancata dalla moschea turca Ethem Bey, il Comune di Tirana, il teatro delle Marionette, la Banca nazionale dell'Albania, il palazzo della Cultura, la biblioteca nazionale, il teatro dell'Opera e del Balletto, l'hotel Tirana International, il Museo storico nazionale, la nuova cattedrale ortodossa e altri edifici pubblici.

Lasciando la Capitale, merita una visita Korçë. Definita un tempo “la Parigi di Albania”, è una cittadina dalla elevata vocazione culturale, se si pensa che qui ha aperto il 7 marzo 1887 la prima scuola albanese che ora è diventata un museo sull'educazione.
Importante crocevia commerciale, questa città deve la sua fama soprattutto allo storico bazar che fino a non tanto tempo fa ancora rifletteva la variegata composizione etnico-culturale della città, con la sua eredità Ottomana e la mescolanza di venditori Albanesi e Macedoni che convivevano con una larga fetta di popolazione di origine Rom.
Oggi di questo mercato resta poco. Il processo di modernizzazione del paese attualmente in corso, ha fatto sì che se prima tutte le attività fossero concesse, ora sia necessario che ci siano le licenze in regola per la vendita e questo ne ha provocato lo stato di semi-abbandono. Contestualmente, però, ha portato anche ad una ristrutturazione degli storici edifici della città che precedentemente, pur nel loro fascino, risultavano a dir poco fatiscenti.

Un altro mercato che ci ha affascinato è poi quello di Elbasan.
Se possibile lo abbiamo trovato ancora più polveroso di quello di Korçë, con l’aggravante che le varie bancarelle sorgono di fianco alla ferrovia con il treno che col suo lento incedere le lambisce passando a pochi centimetri dai chiassosi e disinteressati avventori. Ovviamente alzando tonnellate di terra.

Per finire merita una visita il lago di Prespa che si domina da delle meravigliose quanto desolate alture al confine con la Macedonia e che è inserito all’interno di una bellissima riserva naturale.
La sua particolarità consiste nell’essere diviso tra tre nazioni, Albania, ovviamente, Macedonia e Grecia. Ci si trova infatti in una zona dove i tre paesi si affiancano e dove con nemmeno troppa facilità si può passare da un confine all’altro. Esso peraltro è vicino ad un altro bellissimo specchio d'acqua, il lago di Ocrida, considerato uno dei più antichi della Terra.

Qui abbiamo avuto il nostro primo ed unico incontro con la corruzione in Albania che vale la pena raccontare.
Arrivati al confine con la Macedonia ci è stato intimato di portare la nostra auto in uno stanzone dove sarebbe stata controllata a fondo. Assieme ad essa le due guardie di confine hanno iniziato a controllare anche i bagagli, aprendoli e rovistandoli. Nonostante l’apprensione del momento tutto si è svolto in maniera molto tranquilla ma anche molto surreale visto che le pareti della stanza erano tappezzate di fotografie con i ritrovamenti fatti dai due militari. Droga, ovviamente, ma anche kalashnikov, mitra, bombe e persino un lanciamissili
Tutto questo ci ha fatto capire che non si doveva trattare di un confine molto tranquillo e che alla richiesta della guardia più giovane (in italiano peraltro!) di “regalargli” un giacchetto, era meglio non dissentire. Del resto l’indumento era chiaramente il sacrificio da affrontare in cambio di un passaggio di frontiera sereno, sacrificio che lo scrivente ha peraltro accettato volentieri alla luce del fatto che il giacchetto non fosse suo.
Curiosa è stata la fine della trattativa. Non sappiamo se corrisponde a verità ma stando a quanto sostenuto dal poliziotto, per salutarsi con rispetto, in Albania, ci si lascia con una stretta di mano e una sonora testata!

Come avrete potuto capire, l’Albania è senza dubbio una nazione sottovalutata che può essere considerata una meta molto interessante per un turismo alternativo. Si tratta, come evidenziato, di un paese ancora distante dai canoni a cui siamo abituati ma anche di una nazione che si sta muovendo in fretta per una profonda modernizzazione che nei prossimi anni ne stravolgerà senza dubbio l’essenza. Il suggerimento è quindi quello di recarsi in questo paese il prima possibile per ammirarlo ancora nella sua splendida originalità.

Naturalmente noi vi abbiamo dato solo alcuni input perché altre belle sono da vedere, come le Alpi Maledette al nord, il lago di Shkoder, e soprattutto a sud Butrinto, Gjirokastër e Berat... ma di questo parleremo in caso in un'altra puntata del nostro Ferroviaggi!!

Transnistria: viaggio nel paese che non esiste tra carri armati e nostalgia

Forse non tutti lo sanno ma in Europa c’è un paese che non esiste. Parliamo della Repubblica Moldava di Pridniestrov, più comunemente nota come Transnistria.

Si tratta di uno stato indipendente de facto non riconosciuto dai Paesi membri dell'ONU, essendo considerato de iure parte della Repubblica di Moldova, governato da un'amministrazione autonoma con sede nella città di Tiraspol.
Probabilmente si tratta di uno dei posti, più curiosi, particolari e pericolosi esistenti nel continente e non potevamo certamente lasciarcelo sfuggire!

Purtroppo deluderemo subito coloro che sono venuti su questa pagina per vedere treni e ferrovie perché questo è un argomento che si esaurisce piuttosto in fretta.
La Transnistria, infatti, è percorsa da pochissimi binari e da ancora meno treni, principalmente merci. Non essendoci una vera e propria compagnia ferroviaria nazionale il materiale è moldavo o ucraino e i due soli convogli passeggeri regolari che la attraversano sono gli internazionali tra Chişinău e Odessa e tra Chişinău e Mosca. Le stazioni principali sono quella di Tiraspol, immensa e desolatamente vuota e quella di Bender, città che rappresenta una anomalia nella anomalia. Essa infatti è un centro moldavo che, dal 1992, è de facto sotto il controllo delle autorità dell'autoproclamata Repubblica di Transnistria.

Come si è capito, questa nazione fantasma è una singolarità a tutto tondo. In sostanza, riassumendo molto, si tratta di un paese tenuto in piedi dalla Russia come estremo avamposto in Europa, posto in mezzo a Ucraina e Moldova e malvisto da entrambe. Un paese che non è riconosciuto da alcuna realtà internazionale se non dalle a loro volta autoproclamatesi nazioni dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia, che sono le sole che a Tiraspol hanno una rappresentanza diplomatica.
Con una estensione molto allungata di 3.567 km² è grande, tanto per dare una misura, poco più della Valle d’Aosta e al suo interno vivono circa 550.000 abitanti
Essendo uno stato inesistente e solo de facto, è costellato di forze armate sparse per il territorio e anche per questo motivo accedervi non è facile come negli altri paesi d’Europa. Noi lo abbiamo fatto due volte, la prima in maniera semplice, sfruttando i festeggiamenti del 9 giugno, festa della liberazione dal nazifascismo, la seconda con qualche problema in più qualche giorno dopo.

Come detto, per entrare nel paese c’è una trafila che in Europa non ha uguali. Partiamo col presupposto che ovunque ci si giri ci sono forze militari sia transnistriane che russe.
Trovarsi al cospetto di carri armati, cavalli di frisia e mitra è quasi scontato così come di guardie di frontiera serissime e molto professionali. Per superare gli sbarramenti ci vuole parecchio tempo, si viene passati abbastanza al setaccio, è necessario fare un’assicurazione specifica per l’auto e spesso vengono aperti tutti i bagagli. La prima volta che siamo entrati, il giorno dei festeggiamenti, nessuno ci ha controllato le macchinette fotografiche mentre la seconda volta abbiamo dovuto rendere conto del perché le avessimo e fossero così professionali…

Dopo approfonditi controlli e continui passaggi da un ufficio all’altro si riceve infine un visto costituito da un foglio di carta da tenere come una reliquia e mostrare all’uscita. Questa procedura viene messa in atto perché non essendo uno stato riconosciuto non è possibile mettere timbri sul passaporto. Detto foglietto nominativo ha la durata di 10 ore entro le quali o si è fuori dal paese o lo si deve estendere presso un comando di polizia specificando però il motivo della permanenza.
Diciamo che in Transnistria non si è particolarmente i benvenuti e non vedono l’ora che chi entra esca di fretta anche perché probabilmente molti di quelli che accedono sono solo di transito verso la Moldova o l’Ucraina.

La prima impressione che si ha, superando il confine, è di essere tornati indietro di 60/70 anni. La Moldova è il paese più povero d’Europa e la Transnistria è la regione più povera della Moldova. Fate voi.
Bender presenta subito in maniera inequivocabile la situazione. I militari sono ovunque, i posti di blocco con i carri armati si alternano in mezzo alla città e un ponte sul fiume Dnestr presidiato dalle forze armate è verniciato con i colori della bandiera transnistriana e di quella russa. Bongiorno e tre ova, direbbe un nostro amico.
Il viale che porta a Tiraspol è enorme, come consuetudine dei paesi dell’est. Tutto intorno sono presenti palazzoni costruiti nel tipico brutalismo sovietico e la presenza della Russia e del comunismo è talmente eccessiva da risultare decisamente ridondante.

Il giorno della liberazione dal nazifascismo è festa nazionale e il paese letteralmente si ferma. Le ricorrenze bloccano tutte le città e in particolare la Capitale. Il viale principale della città, Strada 25 Octombrie, viene chiuso al traffico e lungo di esso compaiono addobbi di ogni tipo.
Tra tutti spiccano le bandiere nazionali con il rosso, il verde e ancora il rosso adornati con la falce e il martello all’angolo, ma anche le bandiere russe, ad evidenziare un legame molto solido. E del resto non potrebbe essere diversamente visto che la Russia sostiene il 93% del PIL della Transnistria.

Lungo la strada vengono organizzate rappresentazioni di piazza con ragazzi che interpretano veri e proprio spettacoli rievocativi e autocelebrativi come se ne vedevano oltre cortina di ferro negli anni ’80 e forse ancora oggi giusto in Corea del Nord, tutti rigorosamente vestiti da militari o da combattenti, indipendentemente dal sesso.

Nel frattempo, molti camminano tenendo in mano la foto di qualche congiunto caduto in guerra che viene esibito in una allegra, macabra e un po’ chiassosa esposizione.

A incupire questo gioioso ma anacronistico clima di festa, provvedono gli altoparlanti della città, molto usati nei paesi dell’est, che recitano per buona parte della giornata i nomi dei caduti in una continua litania di morte mentre in tanti muovono verso i luoghi di culto vestiti da militari, bambini inclusi.
A dire il vero ogni tanto si alternano ai nomi dei caduti anche delle canzoni ma sempre rievocative visto che, ad esempio, va per la maggiore “Cuculo” di Polina Gagarina, colonna sonora originale di un film russo sulla Battaglia di Sebastopoli…

Sul Memoriale della Gloria, nei pressi della enorme statua di Lenin, vengono stesi migliaia di fiori sul monumento ai caduti ed è tutt’altro che difficile imbattersi in personaggi curiosi, fuori dal tempo e a volte anche un po’ fuori dalle righe, come questa signora che fieramente esibisce la maglietta su cui, sotto la foto di Putin che tiene in braccio un pastore bulgaro c'è scritto “Il mio presidente”.

Lungo i marciapiedi trovano posto poche bancarelle che vendono souvenir ma anche in questo caso l’assurdo è dietro l’angolo. I prodotti disponibili sono pochissimi e di scarsa fattura ma soprattutto sono virtualmente impossibili da acquistare, parimenti a qualsiasi cosa nel paese, cibo incluso.
Già, perché qui non solo non accettano alcuna moneta straniera incluso l’euro ma i bancomat non fanno parte di alcun circuito quindi è impossibile prelevare. Il solo modo di ottenere dei Rubli transnistriani è rivolgersi ai negozi di cambio con un tasso a sfavore che vi lasciamo immaginare. Oltretutto questa moneta non è riconosciuta oltre i confini, quindi prenderne troppi significa tornare a casa dopo poche ore con carta straccia.

Appurato ancora una volta che i turisti non sono i benvenuti, rimangono le contraddizioni di una nazione che comunque in qualche modo deve interfacciarsi col resto del mondo. E così la bandiera con la falce e il martello sventola vicino ai cartelloni che pubblicizzano Fast&Furious 8 e alla periferia della Capitale c’è lo stadio dello Sheriff di Tiraspol che militando nel campionato di calcio moldavo è peraltro allenato da un italiano.

Il nome della società non è casuale. La Sheriff è la seconda compagnia della Transnistria e la più importante e visibile di questa regione ed è presente in quasi tutti i settori di mercato. Varie fonti riferiscono che la società sia coinvolta profondamente nel condizionamento della politica nazionale ed è plausibile che sia così visto che oltre allo stadio e alla squadra di calcio possiede anche i supermercati, le reti televisive, le società editoriali, le concessionarie auto, i pochi hotel, le pompe di benzina, le panetterie, un dipartimento di edilizia e chi più ne ha più ne metta.

L’alone di mistero che avvolge la società è invero totale. La Sheriff, nata pochi anni dopo l'autoproclamazione di indipendenza della Transnistria, è stata fondata da due ex-agenti dei servizi segreti locali.
Tra le file dei dirigenti sarebbero presenti i due figli dell'ex presidente della nazione mentre altre voci considerano lo stesso ex presidente il vero dominus dell'azienda, che la utilizzerebbe come centro di riciclaggio di denaro sporco.
A prova di tali tesi vengono evidenziate le leggi "ad personam" promulgate in favore della società: la Sheriff difatti gode di forti agevolazioni nelle imposte, è l’unica società autorizzata a importare prodotti dall'estero e, di fatto, è un monopolio.

Abbiamo notato nella nostra permanenza due diversi stati d’animo in Transnistria. Il giorno della parata tutti erano molto allegri, gentili ed ospitali e pur sembrando di stare in un revival di un film anni ’60 non si percepiva alcuna sensazione di disagio. Quando siamo tornati in un giorno normale, invece, l’aria era diversa, si respirava maggiormente la povertà ma soprattutto un calma piatta e quasi noiosa. La sensazione, detto in maniera spassionata, è quasi che gli abitanti giochino a fare i comunisti ma poi in qualche modo strizzino l’occhio al capitalismo come non potrebbe essere altrimenti.
Abbiamo citato Fast&Furious 8 ma possiamo parlare anche del ristorante Andy’s Pizza e a dirla tutta abbiamo anche avuto modo di scambiare due chiacchiere con ragazzi che se da un lato non parlavano inglese, dall’altro navigavano tranquillamente su Facebook… Insomma non sembra di essere a Pyongyang, piuttosto nella sua rappresentazione teatrale.

Ovviamente nella nostra visita non poteva mancare l’episodio di corruzione con modalità simili a quelle già viste in Moldova ma anche qui, se da un lato il poliziotto chiedeva soldi, dall’altro mostrava felice il cofano della sua auto con l’adesivo del Real Madrid… Probabilmente ad appesantire l’aria non sono tanto i carri armati e le numerose forze di polizia, quanto la consapevolezza che in questo paese non è possibile alcun intervento diretto da parte del personale dell’Ambasciata in caso di necessità e quindi si è fisicamente abbandonati a se stessi, qualsiasi cosa accada.

Come avrete notato abbiamo parlato poco di monumenti e luoghi da visitare per il semplice fatto che non c’è molto.
Al di fuori delle città si intravede un paese prettamente agricolo con campagne pressoché disabitate. Il poco che merita di essere visto è nella capitale ed è accostabile ai monumenti ai caduti, la Cattedrale del Natale e l’ufficio del governo federale che riporta ancora, come nome originale Sovietul Suprem şi Guvernul al RMN.
Se si decide di andare in Transnistria, del resto, non lo si fa certamente per le sue bellezze artistiche, piuttosto per vedere una realtà del tutto anacronistica lontana anni luce dalla nostra normalità.

All'entrata in servizio di Rock e Pop mancano:
Giorni
Ore
Minuti
Secondi

La ferrovia che scompare

Approfondimenti

Ferroviaggi

Correva l'anno

Dal nostro YouTube

Lavoro in ferrovia

Promozioni in corso

Eventi

Curiosità brevi

Treni e tecnologia

Potrebbe interessarti anche...