C'è una regione italiana che è talmente tanto avanti sulla mobilità "green" che rischia di rimanere indietro.

Stiamo parlando delle Marche, dove si sta declamando in questi giorni un de profundis definitivo per due linee ferroviarie, la Fano - Urbino, chiusa ormai dal lontano 1987 e la Fabriano - Pergola, la cui sospensione del servizio è invece più recente essendo datata 2013.

Entrambe, come detto sulle nostre pagine nei giorni scorsi, le si vorrebbe far diventare delle piste ciclabili, in un ragionamento fatto da chi, evidentemente, di mobilità capisce poco.

Sia chiaro, non siamo contro le piste ciclabili, ma abbiamo difficoltà a capire con quale logica esse debbano sostituire una tratta ferroviaria quando in tutto il resto del mondo esse viaggiano in simbiosi.

Basta avere un quoziente intellettivo minimo per capire, infatti, che i due target sono profondamente diversi.
Le piste ciclabili sono molto spesso utilizzate con regolarità da chi ne è appassionato diventando un terreno appannaggio di tutti quasi esclusivamente nei giorni festivi.

Del resto a pochissimi di noi verrebbe in mente di utilizzare la bicicletta per andare a scuola o al lavoro, sia per problemi logistici (pensiamo in inverno sotto la pioggia quanta gioia proveremmo nel percorrere chilometri in bici), sia per problemi pratici (ci si dovrebbe cambiare una volta giunti a destinazione visto che normalmente pedalando si suda parecchio).

Insomma ferrovie e piste ciclabili dovrebbero andare di pari passo. La ferrovia dovrebbe svolgere un ruolo fondamentale nel trasporto di studenti e pendolari durante la settimana, diventando partner della bicicletta nei giorni festivi o, ad esempio, con la bella stagione, quando potrebbe fungere da tramite per portare i ciclisti lungo la tratta.

Del resto stiamo chiaramente scoprendo l'acqua calda. Di ferrovie, in Europa, ne abbiamo viste tante, e di ciclabili che le affiancano senza che nessuno si sogni di metterle in sostituzione, anche.

Qualcuno potrebbe obiettare che le due linee in oggetto sono state chiuse per scarso utilizzo e che quindi riaprirle si tradurrebbe in un "bagno di sangue" senza alcun vantaggio per la comunità ma proprio qui sta il "grande inganno" che da anni intorpidisce la mobilità su ferrovia in alcune località del nostro Paese.

Entrambe le linee sono state infatti vittima di un circolo vizioso che gli addetti ai lavori ben conoscono.
In sostanza si riducono periodicamente le corse fino a lasciarne poche e a orari improbabili. In seguito a questo l'utenza si rivolge ovviamente ad altri vettori con il conseguente via libera alla chiusura della linea per mancanza di utilizzo.

Emblematico l'esempio proprio della Fabriano - Pergola, la cui lenta agonia abbiamo seguito di persona. Nonostante la vicina statale fosse un parcheggio all'aria aperta, a causa del forte traffico, la ferrovia prevedeva nei suoi ultimi periodi due (2) coppie di treni al giorno peraltro solo nei feriali.
Una programmazione talmente scarsa che nessuno si sarebbe mai anche lontanamente sognato di prendere in considerazione. Chi mai prenderebbe il treno per raggiungere una località sapendo che quello che ti riporta a casa c'è dopo 10 ore?

Discorso identico si può fare per la Fano - Urbino che è rimasta per anni senza significativi ammodernamenti infrastrutturali e dei sistemi di esercizio, con orari che non sono mai stati adattati alle richieste dell'utenza e con la concorrenza dei mezzi su gomma che inevitabilmente ne ha ridotto i volumi di traffico passeggeri e merci.

In questo, però, c'è un "competitor" che spariglia le carte. Perché qualcosa di simile lo si era già visto con un'altra linea ferroviaria considerata "ramo secco", quella della Val Venosta tra Merano e Malles in Alto Adige.

Chiusa nel 1990 per scarso utilizzo, è stata acquistata dalla provincia autonoma di Bolzano che la ha riattivata nel 2005. Il successo della riapertura è stato talmente tanto che oggi la si sta elettrificando a 25 kV per permettere il passaggio di treni più capienti e maggiormente frequenti.

Chi obietta che "quello è l'Alto Adige" non accampi scuse. Le Marche hanno un entroterra e una costa che ha poco da invidiare alle Alpi del Burgraviato e oltre al "quotidiano" dovrebbero proprio puntare su un turismo sostenibile e verde.

Sarebbe bello se, una volta tanto, si evitasse di ripetere gli errori commessi in passato. Finché si è in tempo.

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