
Ci sono anni che segnano una svolta nella storia delle ferrovie. Il 1975 fu uno di questi.
Per le Ferrovie dello Stato rappresentò un autentico annus terribilis per il traffico merci: una crisi tanto profonda da riportare i volumi trasportati ai livelli del secondo dopoguerra. Soltanto gli anni del conflitto mondiale avevano fatto registrare un crollo simile.
Dietro quei numeri non c'era soltanto una statistica negativa, ma il riflesso di una delle più gravi crisi economiche dell'Italia del Novecento, destinata a cambiare profondamente il modo di trasportare le merci nel nostro Paese.
Il crollo che riportò le FS indietro di vent'anni
I dati del bilancio delle Ferrovie dello Stato parlarono con estrema chiarezza. Nel corso del 1975 il traffico merci si fermò a 43,2 milioni di tonnellate, con una diminuzione del 18,3% rispetto all'anno precedente.
Ancora più significativo fu il dato relativo alle tonnellate-chilometro, scese del 18,1%, passando da 18,1 miliardi a 14,9 miliardi. La distanza media percorsa dalle merci rimase sostanzialmente invariata (345 km contro i 344 del 1974), segno che il problema non era rappresentato dalla lunghezza dei trasporti, ma dalla drastica riduzione dei volumi movimentati.
Le stesse Ferrovie dello Stato definirono quella flessione come un evento senza precedenti nella propria storia, fatta eccezione per gli anni della Seconda guerra mondiale. I livelli di traffico tornarono infatti a quelli del 1950 in termini di tonnellate e del 1957 considerando le tonnellate-chilometro.

La crisi dell'economia travolse anche la ferrovia
Le cause erano molteplici ma strettamente collegate tra loro. La produzione industriale italiana diminuì del 12,4%, mentre gli scambi commerciali con l'estero registrarono una contrazione del 17,3%. Ogni punto perso dall'economia ebbe un effetto amplificato sul trasporto ferroviario delle merci.
La crisi colpì sia il traffico nazionale sia quello internazionale. Il primo diminuì del 22,2%, mentre quello oltre confine si ridusse del 16,3%, coinvolgendo praticamente tutti i principali settori merceologici.
Come se non bastasse, le FS dovettero affrontare anche una crescente concorrenza del trasporto stradale. In un mercato caratterizzato da una forte contrazione della domanda, gli autotrasportatori ridussero sensibilmente i noli, rendendo ancora più difficile trattenere sulla ferrovia traffici che già stavano diminuendo.
Porti, confini e agrumi: quando si fermarono anche gli scambi
I numeri relativi ai traffici portuali e ai valichi internazionali restituivano il quadro di un'economia che rallentava vistosamente. Le importazioni registrarono le perdite più pesanti: -20% via mare e -22% via terra. Le esportazioni limitarono invece le perdite al -9% via mare e al -3% via terra.
Nel primo semestre del 1975 il crollo delle importazioni fu ancora più marcato, anche perché confrontato con il boom registrato nello stesso periodo del 1974, quando molte industrie avevano ricostituito le proprie scorte di materie prime.
Nemmeno il settore agroalimentare riuscì a sottrarsi alla crisi. Il traffico delle derrate alimentari diminuì soprattutto nei primi sei mesi dell'anno, penalizzato dall'andamento sfavorevole della campagna agrumaria siciliana. La stessa sorte toccò ai carri refrigeranti, che tornarono a essere maggiormente utilizzati soltanto nella seconda parte dell'anno grazie alla positiva campagna della frutta estiva.
La risposta delle Ferrovie dello Stato e i primi segnali di ripresa
Nonostante il quadro estremamente difficile, le Ferrovie dello Stato cercarono di difendere il traffico con una intensa politica commerciale e organizzativa, concentrando gli sforzi soprattutto sui trasporti a maggiore vocazione ferroviaria.
Una delle strategie che diede i risultati migliori fu l'incremento dell'utilizzo dei treni completi. Mentre gran parte del traffico continuava a diminuire, i quantitativi movimentati con questa modalità rimasero pressoché invariati rispetto al 1974, dimostrando come i collegamenti dedicati tra grandi poli industriali fossero già allora il segmento più competitivo della ferrovia.
I primi mesi del 1976 lasciarono finalmente intravedere un'inversione di tendenza. Le tonnellate-chilometro aumentarono del 7,2% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, confermando che la ripresa osservata negli ultimi mesi del 1975 non era stata soltanto un episodio isolato. Ma quella crisi lasciò un segno profondo: dimostrò quanto il trasporto ferroviario delle merci fosse strettamente legato all'andamento dell'economia nazionale e anticipò molte delle trasformazioni che avrebbero interessato il settore logistico negli anni successivi.