Ogni turno inizia come tanti altri, con un fischio lontano, una banchina che si svuota e la routine che sembra rassicurante.

Eppure, dietro la divisa del personale viaggiante si nasconde una fragilità quotidiana, una consapevolezza silenziosa: quella di essere esposti, ogni giorno, a un rischio che non fa rumore finché non esplode.

La morte di Alessandro Ambrosio non è solo un fatto di cronaca nera. È una ferita che attraversa l’intero mondo ferroviario, perché racconta ciò che spesso resta ai margini: il lavoro di chi garantisce regole, sicurezza e rispetto in un contesto sempre più teso, dove basta un controllo, una parola di troppo, uno sguardo sbagliato per trasformare la normalità in pericolo.

Non c’è ancora un movente certo per quanto accaduto a Bologna, ma forse non è nemmeno quello il punto. Il vuoto lasciato da Alessandro parla più forte di qualsiasi ricostruzione giudiziaria.

Chi lavora sui treni lo sa bene. La conflittualità non è più un’eccezione, è diventata abitudine.

Dopo il Covid, raccontano tanti ferrovieri, tutto è cambiato: la soglia di aggressività si è abbassata, la pazienza si è consumata, il rispetto dell’autorità si è fatto fragile. Il personale viaggiante diventa così il primo fronte, il volto visibile di regole che molti non accettano più. E proprio per questo, spesso, diventa un bersaglio.

C’è una paura che non si dice ad alta voce, ma che accompagna ogni fine turno, ogni attraversamento solitario di un piazzale, ogni rientro a casa. La paura che quello che è successo possa ripetersi. Non per fatalità, ma per un sistema che troppo spesso affida la sicurezza al senso del dovere del singolo, al suo coraggio, alla sua capacità di gestire situazioni che vanno ben oltre il lavoro ferroviario.

Il dolore della famiglia di Alessandro è diventato il dolore di un’intera categoria. Scioperi, presidi, silenzi collettivi non sono solo proteste: sono richieste di ascolto. Perché lavorare in ferrovia non dovrebbe significare accettare il rischio come parte inevitabile del mestiere. La sicurezza non può essere un atto di eroismo, ma una responsabilità condivisa, garantita, concreta.

E allora questo racconto resta sospeso, come un treno fermo in stazione. In attesa di risposte, di tutele reali, di un cambiamento che restituisca dignità e serenità a chi ogni giorno fa viaggiare il Paese. Anche quando nessuno guarda. Anche quando la notte scende, e il lavoro non è ancora finito.